
L’AI può sostituire lo psicologo? Cosa succede quando cerchiamo la cura dove non c’è una relazione.
Lo sviluppo, la diffusione e la facilità di accesso dell’Intelligenza Artificiale (la chiameremo AI da qui in poi) la rendono uno strumento sempre più presente nelle nostre vite. A molti sarà capitato di trovarsi a dialogare con AI come se fosse un interlocutore umano. Questo accade spesso tra una domanda di cultura generale e la creazione di una tabella di dati per il proprio lavoro.
Forse, qualche volta, potremmo aver sentito il bisogno di condividere con questa tecnologia una gioia o una frustrazione. Magari abbiamo chiesto come comportarci in una data situazione o cosa significa un nostro atteggiamento. In quei momenti ci si sente accolti e ascoltati, proprio nel momento del bisogno. Alla fine perché no? L’AI non giudica e fa delle valutazioni oggettive. Inoltre ha a disposizione un’infinità di dati, risponde sempre alle nostre domande e non si risente davanti alle nostre critiche. Si tratta di un ottimo alleato per reperire informazioni e aiutarci a ragionare su noi stessi. Può essere intesa come una sorta di diario interattivo in grado di ampliare il nostro pensiero.
Quando si tratta di emozioni, relazioni e difficoltà interiori, qual è il reale limite dell’AI? E perché non è in grado di sostituire lo psicologo o lo psicoterapeuta?
Per rispondere a queste domande dobbiamo capire, molto velocemente, come funzionano software come ChatGPT, Gemini o Perplexity. Si tratta di quello che, in linguaggio tecnico, viene chiamato Large Language Model (LLM). Sono modelli matematici nutriti e addestrati con una mole immensa di dati linguistici scritti dagli esseri umani.
La loro “conoscenza” non deriva da una vera e propria capacità di ragionamento. Al contrario, si basa su un calcolo probabilistico. Il sistema calcola quale può essere la parola più sensata da inserire dopo la precedente, sulla base di tutti i dati memorizzati. In parole povere, l’algoritmo non sta pensando a noi o insieme a noi. Sta solo calcolando statisticamente la risposta che ci aspettiamo.
Le risposte “empatiche”
Chi usa frequentemente l’AI ha familiarità con il tono delle risposte fornite. Sono frasi incoraggianti, che non giudicano e accolgono. Tuttavia, possiamo parlare di vera empatia? Questa tecnologia non è in grado di connettersi emotivamente con chi pone le domande. Probabilmente non lo sarà mai. Il suo scopo è solo fornire risposte che facciano sentire l’utente a proprio agio, spingendolo a riutilizzare il programma.
L’IA non prova sentimenti, non ha un corpo né una storia fatta di vissuti emotivi o esperienze sensoriali. Per questo motivo non può comprendere emotivamente cosa sta sperimentando la persona che la interroga. Può solo rispondere seguendo la logica probabilistica. Sugli aspetti emotivi e relazionali, interrogare l’AI equivale a interrogare noi stessi, come davanti a uno specchio. Può aiutarci a riflettere, ma non può fornire un reale supporto. Una vera trasformazione può avvenire solo all’interno di uno scambio relazionale ed emotivo tra due persone.
AI VS Terapia
Uno scambio empatico autentico può avvenire solo tra due soggetti che condividono l’esperienza di possedere un corpo e una mente. Al loro interno le emozioni vengono realmente vissute e sperimentate. La capacità di connettersi profondamente con l’altro si fonda sulla possibilità di risuonare internamente con il vissuto condiviso. Questo non significa che il terapeuta debba aver vissuto in prima persona le medesime vicende del paziente. Implica però che, in quanto essere umano, conosca l’ampia e complessa gamma delle emozioni umane.
La differenza fondamentale risiede nel fatto che un software non può offrire una vera relazione. L’algoritmo fornisce risposte prive di rischio. Non si stanca, non si commuove e non sperimenta l’alleanza terapeutica. Inoltre non affronta i momenti di fraintendimento e non tollera la frustrazione, proprio perché non la prova. Non ha, in sintesi, la possibilità di offrire un reale contenitore emotivo in cui la persona possa sperimentarsi con tutto ciò che prova.
Il valore dell’esperienza viva
I processi psicologici non si trasformano ricevendo spiegazioni o istruzioni lineari da uno schermo. Al contrario, cambiano attraversando l’esperienza viva di una relazione. È proprio all’interno di un legame umano reale che diventa possibile elaborare le proprie sofferenze. Questo legame è capace di accogliere l’imprevisto, il silenzio e la sintonizzazione emotiva. In questo modo si possono sperimentare modalità relazionali inedite e generare un cambiamento autentico e duraturo.
In conclusione
Se si ha la necessità di capire come riparare un rubinetto che perde, l’intelligenza artificiale si rivela un ottimo alleato. Tuttavia, per comprendere, gestire e tollerare la frustrazione derivante da quella goccia, è necessario un terapeuta in carne e ossa. Quella goccia cade ritmicamente nel lavandino e richiede ascolto umano. L’efficacia della tecnologia si ferma dove inizia la complessità del mondo emotivo umano. L’AI rimane uno strumento utile per ottimizzare i compiti pratici, ma è privo di quella capacità relazionale indispensabile per prendersi cura della propria sofferenza e attivare una trasformazione reale.


